Cara amica mia,
ti scrivo con il cuore aperto, in questo pomeriggio silenzioso in cui sento il bisogno di raccontarti qualcosa che per me è stato profondamente trasformativo.
Sai che ho vissuto due aborti spontanei. Ma quello che forse non sai davvero, perché non sempre ce lo diciamo con le parole giuste, è cosa ho provato davvero e come me so che è stato così per tanti altri genitori.
Si chiama lutto perinatale. È un dolore che arriva quando perdi un bambino in gravidanza, che sia all’inizio, a metà o alla fine, o nei primi giorni o settimane dopo il parto. A volte si tratta di un aborto spontaneo come il mio, altre volte è un aborto terapeutico, altre ancora una morte improvvisa dento l’utero o fuori, dopo la nascita.
In ogni caso, c'è un amore che si stava già formando, e che all’improvviso si trova senza un corpicino da stringere tra le braccia, senza una culla da riempire, senza una vita da accompagnare.
È un lutto. Anche se spesso non c’è un funerale con tanti fiori. Anche se quel bambino non ha mai visto la luce del sole, anche se magari non si è avuto nemmeno il tempo di raccontarlo, è un lutto vero e proprio.
Dentro, tutto cambia amica mia. E' difficile anche solo spiegarlo questo dolore.
Quel sogno di maternità che avevo, quella speranza, quella proiezione di futuro, l’amore per quella creatura erano reali. E quando è finita, non è “solo” finita una gravidanza.
Ti scrivo questa lettera perché so che tante persone, anche con le migliori intenzioni, non sanno come stare vicino a chi, come me vive questa esperienza. E allora, a volte, dicono frasi che fanno male senza volerlo.
“Almeno è successo all’inizio.”
“Dai, siete giovani, ne farete un altro.”
“Meglio ora che più avanti.”
“Forse non era destino.”
So che non lo dicono con cattiveria. Ma queste parole, invece di accogliere il dolore, lo sminuiscono, non lo riconoscono.
Involontariamente si rischia di togliere importanza a ciò che è un genitore ha vissuto, e questo fa sentire soli, fraintesi, non visti e quasi in colpa per stare così male.
Quello che davvero può aiutare, invece, sono parole e gesti semplici ma profondi e non giudicanti.
“Mi dispiace tanto.”
“Non so cosa dire, ma sono qui.”
“Ti va di parlarmi di lui o di lei?”
O anche solo esserci. Portare un pasto caldo. Mandare un messaggio senza aspettarsi risposta. Non avere fretta che tutto “torni come prima”.
Perché non tornerà. Ma piano piano, con amore attorno, si impara a respirare di nuovo.
Ti ringrazio se sei arrivata fin qui. Ti ringrazio se, leggendo queste parole, ti aprirai un po’ di più alla consapevolezza di quanto il lutto perinatale sia reale, profondo, e meriti spazio, rispetto, memoria. Non solo per chi lo vive, ma anche per chi vuole davvero esserci.
Con affetto,
Francesca