Sono Francesca Berti, la fondatrice del progetto non lucrativo Piume di Sogni. Da quando è morta la mia cagnolina mi sono ritrovata, ancora una volta, dentro un dolore difficile da spiegare.
Un dolore che le persone talvolta, con affetto ma anche con leggerezza o poca conoscenza, provano a ridimensionare: “era solo un cane”, “ne prenderai un altro”.
Queste parole sono simili a quelle ricevute dopo i miei due aborti spontanei e che tanti altri genitori in lutto perinatale si sentono dire: “siete giovani”, “avrete altri figli”.
Ho riconosciuto la stessa solitudine, la stessa sensazione di non avere il "permesso di soffrire".
Ho capito allora di voler dare voce, su Piume di Sogni, anche al lutto per un animale domestico: un amore quotidiano, silenzioso, fatto di presenza, di cura reciproca, di linguaggi senza parole. Un amore che, quando si interrompe, lascia un vuoto reale nel corpo e nella vita.
Per questo ho invitato Monica Altieri, esperta sul lutto animale, a questa intervista.
Per unire la sua conoscenza al mio vissuto, la sua voce alla quella di chi sta piangendo un cane come si piange un membro della famiglia.
Monica, perché il lutto per un animale domestico fatica ancora a essere riconosciuto come un lutto “vero”?
Perché viviamo in una cultura ancora troppo antropocentrica, che riconosce solo certi legami come realmente significativi; altri sono considerati “accessori”, quindi facilmente sostituibili. Ma il cuore non fa distinzioni, non chiede permesso per amare. L’amore non funziona così.
Un animale non è “solo” un animale. Un animale entra nella nostra vita senza dover essere nulla… e proprio per questo diventa tutto.
È presenza quotidiana, è testimone silenzioso, è relazione viva, è casa emotiva.
Il lutto non nasce dal ruolo, nasce dall’intensità del legame.
E quello con un animale, per moltissime persone, è uno dei più profondi e autentici della vita. Quando se ne va, non perdiamo “un animale”.
Perdiamo una presenza che ci ha visti, ascoltati, accompagnati. E questo è un lutto vero. Profondamente vero.
Quali sono, secondo te, le radici culturali di questa svalutazione e cosa comporta per chi sta soffrendo?
Le radici sono antiche: si fondano, come dicevo, nell’idea che l’essere umano sia “sopra” e che tutto il resto sia “sotto” di lui. Questo ha creato una gerarchia che ci ha fatto dimenticare che siamo parte del tutto, non il centro, e ha causato una separazione dal resto della vita che ci circonda.
Per chi soffre, questa svalutazione è una ferita nella ferita: non solo perde l’animale che ama, ma perde anche il diritto di essere visto nel suo dolore.
E quando il dolore non è riconosciuto, non se ne va.
Resta nel corpo, nel respiro, nell’anima.
Quali emozioni incontri più spesso nelle persone dopo la morte del loro animale?
Incontro amore.
Amore puro, senza filtri, potente e disperato, che va oltre il tempo e lo spazio. Spesso mi chiedono: “Ma adesso dove metto tutto questo amore?”
E insieme a questo: vuoto, smarrimento, nostalgia profonda.
Ma soprattutto incontro la sensazione di aver perso un pezzo di cuore, di casa, un luogo dell’anima.
Penso al senso di colpa, alla nostalgia, a volte persino alla vergogna di mostrarsi addolorati: cosa vedi accadere davvero?
Vedo spesso persone sopraffatte dal senso di colpa che continuano a chiedersi: “Ho fatto abbastanza?” “Ho capito davvero?” “Ho deciso nel momento giusto?” Ma soprattutto la domanda che più mi colpisce è: “Ma lui lo sa che io lo amo?”
Purtroppo siamo cresciuti in una società che ci insegna il senso di colpa fin dalla più tenera età, e in questo caso questo stato d’animo arriva a essere talmente forte da offuscare momentaneamente il ricordo di una meravigliosa vita insieme.
La vergogna nasce quando il dolore non viene riconosciuto.
Allora lo si nasconde.
Ma il dolore nascosto non guarisce: diventa più grande e ci fa sentire infinitamente piccoli.
Molti si sentono dire frasi come “era solo un gatto” o “ne prenderai un altro”. Che effetto hanno queste parole e quale sarebbe invece un modo più rispettoso di stare accanto a chi è in lutto per il suo animale?
Queste sono frasi che feriscono profondamente e creano molto spesso un senso di distacco nei confronti di chi le pronuncia. Ci sentiamo incompresi, sminuiti.
È come dire: “Quello che provi non ha valore. Quello che hai vissuto non conta. Puoi tranquillamente sostituirlo.”
Un modo rispettoso, molto semplice e molto profondo, anche se non per tutti è facile, sarebbe stare, esserci, ascoltare. Pronunciare parole che accarezzano il cuore spezzato. Basterebbe dire: “Ti vedo.” “Capisco che ti fa male.” “Se vuoi parlarne sono qui.”
E se non si riesce, meglio il silenzio e un semplice abbraccio.
Parlando con genitori in lutto perinatale ho spesso incontrato lo stesso bisogno di legittimazione del legame.
Vedi dei punti di contatto tra il lutto per un figlio morto in gravidanza o intorno alla nascita e il lutto per un animale amato?
Sì. E lo dico con profondo rispetto.
Il punto di contatto, oltre la perdita in sé, è il legame che non ha avuto quel riconoscimento sociale che invece ha diritto di avere, perché ha il medesimo valore di qualsiasi altra perdita che il nostro cuore riconosce benissimo.
In entrambi i casi si piange qualcuno che non è stato visto dal mondo ma è stato vissuto dall’anima.
E questo tipo di dolore chiede solo una cosa: essere riconosciuto come reale.
Cosa può aiutare, secondo te, ad attraversare il dolore per la morte del nostro animale?
Prima di tutto: riconoscere che è un lutto vero, quindi permettersi di soffrire senza giudicarsi, senza ridimensionarsi e senza darsi scadenze, ma soprattutto chiedendo che venga rispettato, magari non compreso, ma rispettato assolutamente sì.
Poi: trovare uno spazio in cui questo dolore possa "respirare".
Uno spazio dove non debba essere giustificato. Solo accolto.
Non si attraversa il dolore evitandolo, si attraversa tenendolo per mano.
Esistono rituali, gesti o attenzioni che permettono al legame di trasformarsi senza essere tradito?
Sì. Non serve che siano grandi, devono essere semplici, veri.
Personalmente consiglio di creare un piccolo rituale personale che sia la celebrazione di quel rapporto unico, profondo, ineguagliabile.
Un gesto, una lettera, un oggetto, un luogo, un momento di silenzio consapevole. Basta anche solo accendere una candela e fermarsi a rivivere momenti speciali con amore e gratitudine.
Il rituale non serve a “lasciare andare”, ma per dire: “Ti porto con me in un altro modo”, perché il legame non finisce, cambia solo forma. E se impariamo a guardare con gli occhi del cuore, possiamo percepire la sua presenza in ogni istante.
Se potessi parlare direttamente a chi sta piangendo il proprio animale in questo momento, cosa vorresti dirgli?
Vorrei dirgli questo: non sei strano. Non sei fragile. Non sei solo.
Stai piangendo un amore vero. E l’amore vero merita rispetto.
Il tuo dolore è legittimo.
Il tuo legame è profondo, viscerale, di quelli che, quando se ne vanno da questa dimensione, lasciano senza respiro.
Ricorda sempre che quello che avete condiviso non è finito: ha solo cambiato modo di esistere.
E se senti che questo dolore è troppo grande da portare da solo, non temere di chiedere aiuto.