È un tema a cui penso da tempo, nato anche dall’esperienza vissuta accanto a tante mamme e famiglie.
Da tre anni sono volontaria in ospedale e vicepresidente di un’associazione che si occupa di gravidanza patologica, prematurità, procreazione medicalmente assistita e lutto perinatale. In questi anni ho incontrato famiglie che hanno perso il proprio bambino e ho ascoltato storie, paure, silenzi e domande che spesso restano difficili da condividere.
Essendo anche educatrice perinatale, mi occupo professionalmente di neonati e famiglie. Il volontariato e il mio lavoro mi portano così a confrontarmi con due mondi profondamente intrecciati: quello della maternità e della paternità vissute nella gioia dell’attesa e della nascita, e quello della perdita, del lutto e dell’assenza.
E mi sono chiesta cosa accada in quel tempo che sta tra una perdita e una nuova attesa.
Perché, dopo un lutto perinatale, può arrivare anche il desiderio di riprovare: avere un altro bambino, tornare a sperare, guardare avanti.
Ed è allora che si parla del bambino arcobaleno.
Ma prima di questo nuovo inizio, forse, c’è un tempo importante da attraversare.
Non parlo di guarire.
Credo che da una perdita perinatale non si debba necessariamente “guarire”, come se fosse una ferita destinata, prima o poi, a smettere di fare male. Quel bambino ha fatto parte della propria storia: è stato immaginato, desiderato, amato. La sua assenza può restare una parte della propria vita.
Parlo, invece, di attraversare il lutto.
Avere la possibilità di fermarsi.
Parlare di ciò che è successo.
Dare un nome alle emozioni.
Piangere, arrabbiarsi, avere paura.
Riconoscere quella maternità e quella paternità, anche quando non hanno avuto il tempo di essere vissute come si era immaginato.
Perché, a volte, si ha fretta di tornare a stare bene.
Si pensa che una nuova gravidanza possa portare finalmente la felicità. E può certamente portare una nuova speranza, ma non necessariamente cancella ciò che è accaduto prima.
Anzi, quando arriva, il dolore può riaffacciarsi proprio insieme alla gioia.
Si può essere felicissimi e, nello stesso momento, avere paura.
Si può desiderare profondamente quel bambino e continuare a pensare a quello che non c’è più.
Non c’è contraddizione.
C’è anche la coppia.
Mamma e papà possono attraversare lo stesso lutto in modi molto diversi: uno può avere bisogno di parlarne continuamente, l’altro può cercare di andare avanti; uno può desiderare subito un’altra gravidanza, l’altro può aver bisogno di tempo.
Questo non significa necessariamente che uno soffra più dell’altro.
Significa che il dolore ha linguaggi diversi.
E quando non trova uno spazio, può trasformarsi in distanza, incomprensione e solitudine.
Per questo credo che, prima o durante il desiderio di un bambino arcobaleno, sia importante poter avere uno spazio per sé, per la coppia e per quella perdita.
Non per dimenticare.
Non per sostituire.
Ma per dare a quella storia un posto.
Perché un bambino arcobaleno non sostituisce un bambino perduto.
È un’altra vita.
Un’altra storia.
Un altro amore.
E forse non dobbiamo arrivare al punto in cui il dolore scompare.
Forse possiamo imparare ad attraversarlo lentamente, trovando un modo per portarlo con noi senza permettergli di occupare tutto lo spazio.
Anche questo, a volte, può essere un modo per prepararsi ad accogliere una nuova vita.
Con la consapevolezza che si può amare ciò che è arrivato dopo senza smettere di amare ciò che abbiamo perso prima.
Dottoressa Costanza Dilillo, Pedagogista, Educatrice perinatale, vicepresidente dell'ass. il Giardino di Aurora APS ETS
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