Quando si parla di procreazione medicalmente assistita, spesso ci si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti medici e clinici.
Ma dietro i percorsi di PMA ci sono anche emozioni profonde, paure, aspettative, senso di impotenza e, a volte, veri e propri lutti invisibili.
Ne abbiamo parlato con la psicologa Katia Ferrante.
Quando si parla di PMA, spesso ci si concentra sull’aspetto medico. Quanto è importante invece considerare anche quello emotivo?
La parte emotiva viene ancora troppo spesso sottovalutata, mentre dovrebbe essere considerata parte integrante del percorso di accompagnamento alla PMA.
Chi affronta questi percorsi vive continuamente sospeso tra speranza e paura, ottimismo e terrore. È un’altalena emotiva costante che può generare un livello di stress molto elevato, simile a un vero e proprio trauma cronico che si ripete mese dopo mese.
Inoltre i farmaci utilizzati nella stimolazione ovarica non agiscono solo sul corpo. Ormoni come estradiolo e progesterone influenzano direttamente anche i neurotrasmettitori, aumentando la reattività emotiva.
Mente e corpo comunicano continuamente. Lo stress cronico attiva il sistema neuroendocrino, aumentando il rilascio di cortisolo e adrenalina e influenzando non solo il benessere psicologico, ma anche l’equilibrio generale della persona.
Per molte coppie arrivare alla scelta della PMA è già di per sé un passaggio doloroso. Cosa succede emotivamente in questa fase?
Non riuscire a concepire naturalmente può essere vissuto come un vero e proprio lutto o come una “sconfitta” molto difficile da elaborare.
Ci sono coppie che arrivano alla PMA dopo anni di tentativi non andati a buon fine, altre dopo aborti spontanei o morti in utero. Tutto questo porta con sé stanchezza, paura e senso di fragilità.
Da un lato la PMA rappresenta una possibilità concreta, una strada da percorrere. Dall’altro però significa anche confrontarsi con limiti, paure e perdita di controllo sulla propria vita.
Ed è proprio questa perdita di controllo uno degli aspetti più difficili da tollerare.
Molte donne raccontano di sentirsi “tradite” dal proprio corpo durante questi percorsi. È qualcosa che osservi spesso?
Sì, molto spesso.
Molte donne descrivono il proprio corpo come “rotto”, “difettoso” o “incapace di fare ciò che dovrebbe fare”. È un vissuto frequente nei percorsi di infertilità e PMA, soprattutto quando i tentativi si susseguono senza il risultato tanto sperato.
A volte il corpo viene percepito come qualcosa che ha deluso aspettative profonde o che non sta collaborando al raggiungimento del desiderio di maternità. A questo si aggiungono esami, terapie ormonali e continui controlli che possono rendere ancora più difficile mantenere un rapporto sereno con sé stesse.
Per questo è fondamentale parlarne senza vergogna e senza isolamento. Nessuna donna dovrebbe sentirsi definita dalla propria fertilità o dalle difficoltà che sta attraversando. Ricordiamo sempre che il valore di una persona va ben oltre la sua capacità di concepire e portare avanti una gravidanza.
Quando una gravidanza ottenuta tramite PMA si interrompe, il dolore può assumere caratteristiche particolari?
Sì, molto spesso il dolore assume caratteristiche particolarmente intense e complesse.
Una gravidanza ottenuta tramite PMA raramente arriva “all’improvviso”. Nella maggior parte dei casi è preceduta da mesi o anni di tentativi, visite, esami, terapie ormonali, attese, rinunce, speranze e profonde paure.
Dietro quel test positivo c’è un percorso emotivo, fisico ed economico molto impegnativo.
C’è un desiderio costruito nel tempo.
C’è un investimento totale della coppia e della persona.
Per questo motivo, quando quella gravidanza si interrompe, molte persone non vivono “soltanto” la perdita del bambino, ma anche il crollo improvviso di tutto ciò che avevano faticosamente immaginato e costruito intorno a quella possibilità di vita.
Può emergere un fortissimo senso di ingiustizia:
“Dopo tutto quello che abbiamo affrontato, perché anche questo?”
Molte donne e molte coppie raccontano inoltre una sensazione di esaurimento emotivo profondo, come se il corpo e la mente non riuscissero più a sostenere ulteriori attese, ulteriori paure o ulteriori fallimenti.
In alcuni casi si sviluppa anche una difficoltà a fidarsi nuovamente del proprio corpo o della possibilità stessa che qualcosa possa andare bene.
La gravidanza, che spesso dopo la PMA viene vissuta già con grande ansia e ipervigilanza, può interrompersi proprio quando si iniziava lentamente a respirare e a credere che “stavolta forse andrà”.
E questo può amplificare ulteriormente il trauma. È importante poi ricordare che il legame con quel bambino o bambina non nasce solo nel momento dell’ecografia o del parto.
Per molti inizia molto prima:
nel desiderio, nei tentativi, nelle cure, nelle speranze silenziose costruite mese dopo mese. Perdere un bambino a poche settimane o più avanti nella gravidanza cambia certamente l’esperienza clinica, ma non la dignità e la profondità del dolore vissuto.
C’è molta solitudine nei percorsi di infertilità e PMA. Perché parlarne apertamente è ancora così difficile?
Viviamo in una società molto orientata alla performance, al successo e all’idea di felicità “continua”.
Esperienze di infertilità, percorsi di PMA e lutto perinatale mettono invece le persone davanti a vulnerabilità profonde, limiti e dolore. La società, il mondo che ci circonda non è preparato ad accogliere questi vissuti faticosi.
La morte stessa è ancora un argomento culturalmente spesso tabu’. Quando questa entra nel luogo simbolico dell’inizio della vita, come la gravidanza, il cortocircuito emotivo e sociale è enorme.
E così molte persone si chiudono nella solitudine e nel silenzio.
Quanto è importante un accompagnamento psicologico durante un percorso di PMA o dopo una perdita perinatale?
Credo sia fondamentale. La PMA non è solo un percorso medico: è una delle esperienze emotivamente più profonde e stressanti che una persona possa attraversare.
Per questo il supporto psicologico non dovrebbe arrivare solo “quando si crolla”, ma essere parte integrante del percorso di cura.
Un accompagnamento psicologico può aiutare le donne e le coppie ad orientarsi nel caos emotivo, ad accogliere ciò che arriva senza sentirsi sbagliati e a trovare strumenti per affrontare l’incertezza e la paura, nonché l’impatto sul corpo fisico.
Il dolore che si prova in questi percorsi è spesso invisibile se non si hanno gli strumenti per riconoscerlo.
E nessuno dovrebbe attraversarlo da solo.
Se potessi lasciare un messaggio alle persone che stanno vivendo un dolore invisibile legato alla PMA, quale sarebbe?
Di non isolarsi. Di non accogliere ciò che provano, anche se non è sempre facile.
Piangere, sfogarsi, accogliere le proprie emozioni non è debolezza: è parte del processo.
Può essere utile concentrarsi su piccoli obiettivi quotidiani senza così focalizzarsi esclusivamente sul risultato finale, perché la PMA rischia spesso di occupare ogni spazio mentale ed emotivo della vita.
Tecniche di meditazione, pratiche corporee, di respiro consapevole e attività che aiutano a ridurre lo stress possono essere un supporto prezioso.
Ma soprattutto vorrei dire questo: la PMA è una parte della vostra vita, non tutta la vostra esistenza.
Meritate ascolto, comprensione, gentilezza e cura anche dentro questo dolore.
E non siete soli.
Intervista a cura di Piume di Sogni alla dottoressa Katia Ferrante, psicologa clinica.
Dottoressa Katia Ferrante
Cel.: 327 2510933
IG @kfkatiaferrante
Ph credits: Foto di Kağan Karatay https://www.pexels.com/it-it/foto/bianco-e-nero-mani-donna-giovane-26604269/