Questa, forse, non si può nemmeno chiamare la mia storia. È la nostra. La mia, quella di mio marito e della nostra bambina. Una storia iniziata e vissuta come se, all’improvviso, si fosse acceso il Sole.
Una luce arrivata senza preavviso, capace di cambiare ogni cosa, di dare un senso nuovo alle giornate, ai progetti, al futuro. Una storia che si è interrotta alla 31+5 settimana, proprio come ci hanno detto: “come accendere e spegnere la luce”.
Quel pomeriggio, dentro di me, ho capito subito che la mia bambina non c’era più. Non so spiegare come, ma l’ho saputo. Lei che aveva una sua metodicità, una sua puntualità quasi perfetta nei calci, negli stiramenti, negli spostamenti. Quei movimenti che ormai conoscevo senza bisogno di pensarci, che mi facevano sentire viva e che mi ricordavano, ogni giorno, che lei era lì. Quel silenzio improvviso mi ha detto, prima ancora che qualcuno potesse confermarlo, che qualcosa era cambiato per sempre. In quell’istante ho capito che la nostra storia avrebbe avuto un epilogo diverso da quello che avevo immaginato. Il mondo, per me, ha avuto una data precisa. Esiste un prima e un dopo.
Fino a quel giorno, il tempo aveva un significato; da quel giorno in poi, il tempo ha iniziato a essere misurato in un altro modo. Ci sono date che non passano mai davvero. Restano lì, come una linea invisibile che divide ciò che eravamo da ciò che siamo diventati.
Agnese è stata, ed è, la nostra più grande fonte di frustrazione, di dolore e di disperazione. Ma, allo stesso tempo, è anche la più grande fonte di forza che potessimo conoscere.
Agnese è il motore della nostra esistenza. Lo sarà per sempre.
È la stella più luminosa del cielo e il fiore più bello che avremmo mai potuto immaginare. Io e la mia bambina siamo nate alla stessa settimana di gestazione.
Io, 31 anni prima di lei. Quando la guardo nelle fotografie che ho potuto scattarle, mi sembra di riconoscermi. Un pezzo di noi che il tempo non potrà mai cancellare. Ci sono stati, e ci sono ancora, lo svuotamento, la perdita, il senso di colpa, la rabbia. Sentimenti che all’inizio sembrano impossibili da contenere e che vorremmo soltanto far sparire. Ma ho imparato che fanno parte del percorso. Che non devono necessariamente essere combattuti. Devono essere capiti, attraversati, accettati. Ho imparato a farli sedere accanto a me, uno alla volta, e a guardarli negli occhi come si fa con una vecchia amica.
“Adesso siediti qui. Resta un po’ con me. Ti vedo, ti riconosco, ti accetto. Ma non ti permetterò di portarmi a fondo insieme a te.”
Non so se esista davvero una luce in fondo al tunnel. Forse non è nemmeno questo il punto. Forse, a volte, quella luce non arriva da sola: siamo noi, lentamente, a imparare a riconoscerla di nuovo. Vorrei usare questo spazio per provare a lasciare un piccolo conforto a chi, come me, ha conosciuto o sta conoscendo la perdita di un figlio. Non ho risposte, non ho formule e non credo esista un modo giusto per attraversare un dolore così grande. So però che, con il tempo, ho imparato una cosa: chi è incapace di accogliere la tristezza è, in qualche modo, incapace di accogliere fino in fondo anche la propria umanità.
Perché la gioia, senza la tristezza, perde parte del suo significato. Come la luce senza il buio. E la tristezza, per quanto faccia paura, sa aprire dentro di noi degli squarci. Spazi attraverso i quali possiamo guardarci dentro da una prospettiva che prima non conoscevamo.
Ci rende consapevoli. Ci cambia. Ci insegna ad ascoltare. Ci rende, semplicemente, umani.
Per questo, se stai attraversando questo dolore, vorrei dirti una cosa soltanto. Non avere paura. Non avere paura della tristezza, della rabbia, del vuoto, dei giorni in cui sembrerà di non riuscire ad andare avanti. Siediti accanto a loro. Attraversali. Lascia che esistano. Ma non lasciare che ti portino via con loro. Perché, anche nel buio più profondo, l’amore che abbiamo conosciuto non smette di esistere. E io credo che Agnese, in qualche modo, sia ancora lì. A ricordarci che una luce, anche quando si spegne, non smette per questo di aver illuminato il mondo.
Mamma Federica