Il 18 aprile 2026 scoprivo di te, insieme al tuo papà. Ricordo di aver provato una serie di emozioni contrastanti. C’era la felicità, lo stupore di aver ricevuto un dono così grande, ma anche la paura di non essere pronta e di non esserlo neanche come coppia. Quella mattina siamo corsi a fare le beta-hCG, perché avevamo bisogno di averne la conferma. Più volte scorrevo tra le e-mail per vedere se fosse arrivata la risposta. Dopo un paio d’ore abbiamo avuto la certezza: esistevi. Custodivamo questo grande segreto tra noi, mentre dentro di noi cresceva la voglia di condividere quella notizia con il mondo. Nei giorni successivi ho iniziato a immaginarti. Immaginavo come sarebbe stata la nostra vita quando saresti venuto al mondo, la tua cameretta, il fiocco nascita che avremmo scelto. Insomma, sin dal momento in cui sul test di gravidanza è comparsa la scritta “incinta”, hai iniziato ad esistere. Per me e per il tuo papà non esisteva il pensiero che tu potessi non nascere. Passano le prime due settimane e tutto procede bene. Le paure, piano piano, si affievoliscono. Le beta crescono e fissiamo il primo controllo dalla ginecologa. Due giorni prima della visita, una sera, tornando dal lavoro, vedo le prime perdite di sangue. Vado nel panico e così ci rechiamo al pronto soccorso. Ipotizzano che si tratti di perdite da impianto e ci dicono di ripetere le beta il giorno seguente: se fossero raddoppiate, significava che la gravidanza stava andando bene. Trovo un medico freddo, poco empatico, che schernisce le mie preoccupazioni. Mi prende in giro perché, essendo psicologa di professione, secondo lui non avrei dovuto provare ansia in quel momento. Ricordo ancora con lucidità la sua grande risata mentre pronunciava la frase: “È proprio vero che il calzolaio ha le scarpe rotte.” Il giorno dopo le beta raddoppiano e quindi vado alla visita ginecologica. Lì vengo rassicurata: tutto sta andando bene, le tue dimensioni sono corrette per la settimana di gestazione. Scopriamo anche la data presunta del parto: 25 dicembre 2026. Il prossimo controllo sarebbe stato dopo una settimana. Partiamo per un weekend fuori, dopo che la ginecologa ci ha dato l’ok. Ci sentiamo già una mamma e un papà, anche se tu non ci sei ancora, anche se non abbiamo ancora sentito il tuo cuore battere. Due ore prima del controllo vado in bagno. Di nuovo, perdite di sangue. Capisco che c’è qualcosa che non va e la ginecologa ce lo conferma: il feto non è cresciuto come avrebbe dovuto in relazione alle settimane di gestazione. Ci dice di ripetere le beta, di vedere come sarebbero andate e di rivederci dopo quattro giorni. Dentro di me, però, cresce una consapevolezza: qualcosa non va. Sento che quella gravidanza non sarebbe terminata con una nascita, ma con la tua perdita. Il tuo papà, invece, ci sperava. Mi chiedeva di sperare insieme a lui. Chiedeva alla ginecologa se, magari, le settimane fossero state datate male. Forse è questa la cosa che mi ha fatto più male: vederlo sperare, aggrapparsi alla più piccola delle possibilità pur di salvarti. L’esito non è positivo. Al controllo, la ginecologa ci conferma che si tratta di un aborto interno ritenuto. Ci dice che è successo a tante donne, che è normale e che tra un mese possiamo riprovarci. Quelle parole arrivano come lame. Sono parole che riescono quasi a impedire qualsiasi reazione emotiva. Ricordo il tragitto in macchina. Entrambi comunichiamo alle nostre famiglie che la gravidanza si è interrotta. E da lì, il nulla. Mi sentivo morta dentro. Seguono giorni di attesa. Se non fossi riuscita a perdere il bambino naturalmente entro una settimana, avrei dovuto iniziare il trattamento farmacologico. Dopo una settimana non cambia nulla. Tu sei ancora dentro di me, anche se non ci sei più. Le giornate scorrono come se non fosse successo niente. Io riprendo a lavorare. Io e il tuo papà non riusciamo a parlare di quello che ci sta succedendo. O meglio, non riusciamo a farlo insieme. Ognuno è chiuso nel proprio dolore. Ognuno lo vive dentro di sé. Io avevo bisogno di parlare di te. Di raccontare quanto dolore provassi. Di dire quanto fossi arrabbiata per tutto quello che ci era successo. Il tuo papà, invece, non riusciva a tirare fuori quello che aveva dentro. La mia ginecologa mi scrive di recarmi al pronto soccorso il giorno seguente per iniziare il trattamento farmacologico. Nessuna spiegazione su quello che mi sarebbe aspettato. Nessuna informazione sul fatto che, se il trattamento non fosse andato a buon fine, sarebbe stato necessario il raschiamento. Scopro tutto quel giorno. Purtroppo il tuo papà non c’è. È fuori per lavoro. Ad accompagnarmi c’è la mia mamma. Arrivo al reparto. Ad aspettarmi c’è il suono del pianto dei bambini appena nati. Un reparto che emana vita, mentre dentro di me c’è solo morte. Mi danno la prima pasticca. Aspetto un’ora e poi torno a casa. Non succede nulla. Dopo due giorni torno nello stesso reparto. Mi fanno accomodare in una stanzetta con una poltrona. Nessuno può entrare con me. Mi danno le prime tre pasticche. Inizio a stare subito malissimo. Inizio ad avere paura. Sono sola. Non c’è nessuno. Suono il campanello. Arriva un’ostetrica. Mi arrabbio perché non voglio stare così male e lei mi dice che il mio corpo ha bisogno di quel dolore per elaborare la perdita. Mi dice che fare il raschiamento sarebbe soltanto un modo per fuggire da ciò che non volevo provare. Mi da un antidolorifico e mi permette di far entrare mia mamma nella stanza. Ricordo le domande fuori luogo che mi vengono fatte. Mi chiedono se avessi condiviso con il mio compagno quello che stavo vivendo. Passano tre ore. Altre tre pasticche. Al controllo tu sei ancora dentro di me. Non ti vuoi staccare da me. E io non voglio staccarmi da te. Prego la ginecologa di darmi un’altro antidolorifico perché il dolore è troppo forte. Dopo meno di dieci minuti, mentre sto preparando le carte per le dimissioni, tu esci per sempre dal mio corpo. Ricordo il momento in cui, dopo il controllo, mi viene detto che tu non ci sei più. E ricordo di essere stata felice. Quell’emozione è diventata una delle cose che più mi hanno tormentata. Come può una mamma che ha perso il proprio figlio essere felice? Oggi penso che quella non fosse felicità. Era sollievo. Sollievo perché finalmente era finita un'attesa diventata insopportabile. Sollievo perché il dolore fisico e psicologico che mi aveva accompagnata per giorni aveva finalmente trovato una fine. Ma per molto tempo ho avuto bisogno di perdonarmi anche per questo. Torno a casa e ripongo in una scatolina gli unici ricordi che ho di te: il primo test di gravidanza e la tua prima ecografia. Questo è tutto quello che mi resta di te. Tutti intorno a me mi dicono che devo andare avanti. Che non devo pensarci. E così faccio. Passano i giorni e inizio a riprendere in mano la mia vita, come se tu non fossi mai esistito. Io e il tuo papà non parliamo di quello che è successo. Nessuno intorno a me ne parla. Come se tutti avessimo paura di quel dolore. Dopo circa tre settimane, durante una semplice conversazione con il mio papà, mi viene ricordato che la stanchezza che sto vivendo in quel momento non è dovuta soltanto al lavoro, ma anche a quello che ho vissuto. È un colpo al cuore. Ti avevo dimenticato. Proprio come tutti mi avevano detto di fare.
E allora inizio a prendere in mano quel dolore. Provo in tutti i modi a farlo prendere in mano anche al tuo papà, ma non ci riesco. Piango. Piango tanto, da sola. Perché quel dolore era solo mio. O almeno, così credevo. Compro libri di donne che hanno vissuto la mia stessa esperienza, per sentirmi meno sola davanti a tutto quel dolore. Io e il tuo papà iniziamo una terapia di coppia per elaborare la tua perdita. Inizio una serie di controlli. Non mi do pace.
Non voglio che possa succedere mai più una cosa del genere. Ma so anche che non posso prevederlo e che potrebbe succedere ancora. Voglio a tutti i costi capire cosa ti ha portato via da me. Una sera sono sola in casa. Una farfalla gialla si posa sul tavolo in sala. Penso che sei tu, che sei venuto a trovarmi. Ti fotografo. Ti parlo. Ti ringrazio. Il giorno dopo riguardo la fotografia e noto un particolare. L’ala della farfalla è spezzata. È per questo che non riusciva a volare.
Da quel giorno ho ricominciato a respirare. Non so se quella farfalla fossi davvero tu.
Ma so che, in quel momento, avevo bisogno di credere che fossi venuto a salutarmi. E per me è stato sufficiente. Di tutto questo dolore, ciò che mi ha fatto maggiormente male è stata la freddezza dei medici, la mancanza di empatia con cui vengono comunicate certe diagnosi. Non è possibile che una donna non venga rispettata nel suo dolore. È assolutamente inaccettabile che una donna che sta perdendo il proprio bambino si trovi nello stesso reparto di chi lo ha appena messo al mondo. È inaccettabile che non venga garantito un sostegno psicologico qualora la donna ne senta l’esigenza. Perché per loro sei solo un insieme di cellule. Per me sei il mio bambino mai nato.
E oggi scelgo di parlare di te.
Perché per troppo tempo mi è stato chiesto di dimenticare. Perché un aborto non è semplicemente qualcosa che “succede” e poi passa.
È una perdita. È un lutto. È la perdita di un futuro che avevi già iniziato a immaginare, di un bambino che avevi già iniziato ad amare, anche se non avevi ancora potuto stringerla tra le braccia.
Non c’è un modo giusto per vivere questo dolore. Non c’è un tempo giusto per stare meglio. Spero che raccontare la mia storia possa servire a fare sentire un po’ meno sole altre donne che stanno affrontando il mio stesso dolore.
Mamma Veronica